Virginia Aloisio e il suo sguardo sul mondo

Di Umberto Croppi (*)

Quello dell’artista non è semplicemente o necessariamente uno status: chi è l’artista se non colui (colei) che si espone, che mostra la sua personalità senza pudori, interpreta il tempo, fa risuonare il suo ambiente? Non importa quando questi caratteri si manifestano, la sua qualità si apprezza nel momento in cui si mette in gioco, in cui si misura con l’osservatore, ne solletica l’empatia.

La sua solidità è data dalla coerenza nell’afferrare gli attimi e riprodurli sotto forma di archetipi.

E l’arte di Virginia Aloisio non si è posta il problema di compiacere un establishment, la sua forza è tutta nella volontà di esprimere la propria percezione della realtà, rielaborata secondo un sentire chiaro, riconoscibile in ogni suo tratto, con una perizia naturale, spontanea; i suoi lavori testimoniano una vasta cultura dell’immagine, con le radici ben salde nel nostro Rinascimento, senza tuttavia che l’autrice debba pagare pegno a una scuola. E questo la rende profondamente italiana e, al tempo stesso, universale.

L’Italia è la terra in cui lo spirito urbano si è formato nei secoli, lo spirito della convivenza e della forma dell’abitare. Uno spazio definito che, appunto, stabilisce un limes, un confine, segna un dentro e un fuori. Ma è un confine in continua rielaborazione, spazio fisico e metafisico: da Calvino a de Chirico e Boccioni, non sono solo l’architettura, la sociologia, la filosofia a definirlo ma, come spesso accade, sono le arti a coglierne l’essenza. Perfino la prospettiva è un regalo che l’arte italiana ha fatto alla cultura: nasce per definire su di un piano la tridimensionalità di una città, ma è anche un concetto che esprime ordine, progressione, visione.

L’astrazione delle tavole di Virginia è il distillato di tale percorso, rende evidente l’essenziale di quanto la vita dell’uomo ha depositato nella sua storia collettiva.

Dai suoi quadri ci si affaccia, come da un’apertura inattesa, da una finestra, da un oblò sopra un mondo fatto di relazioni, di sentimenti, di voci, di scambi. Il mondo degli uomini e dell’umanità, della singolarità e del molteplice.

Non c’è solo questo nella sua produzione, la stessa capacità di cogliere e sintetizzare la forma la esprime anche nella figura, ma è la veduta d’insieme, l’affastellamento non casuale di colori che rappresenta il suo tratto distintivo. Sono composizioni, le sue, che si lasciano cogliere nella loro interezza, come insieme organizzato di elementi in cui, come in ogni paesaggio umano, è il suo complesso che ne configura il carattere, l’atmosfera.

Così, appunto, Calvino: «Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.»

Che siano gli sguardi zenitali o le quinte frontali quelle che l’autrice forma sulla tela sono il frutto di una ri-costruzione di immagini che evoca momenti impressi sulla retina di ogni osservatore, riposti in uno scaffale di memoria, pronti per essere richiamati e messi a fuoco.

È dunque una pittura evocativa, capace di attivare strati profondi di chi vi si pone davanti, senza nessun cedimento alla decorazione o all’utopia, un punto di vista essenziale che non può che essere condiviso e quindi capace di provocare emozione.

C’è nelle composizioni di Virginia una freschezza tutt’altro che ingenua, indice di una compiutezza artistica che ha ora la possibilità, direi quasi il dovere, di confrontarsi con un pubblico più vasto, di entrare a pieno titolo nei circuiti internazionali dell’arte.

L’invito ricevuto dalle gallerie cinesi, da un paese che si sta aprendo con curiosità e interesse crescenti all’arte contemporanea, è insieme un meritato riconoscimento e un’occasione per l’artista italiana di dare un nuovo corso al suo lavoro; la continuazione di una ricerca pluridecennale e un giro di boa per la sua maturità di artista e di interprete del nostro tempo.

(*) Membro CDA quadriennale di Roma